Olio
Fuliggine
Disegno
Icaro con compagna Icaro cadente Ciò che successe il 22/12/2000 Icaro e torcia
Vento al vestito Senza titolo Uomo Drago nero
Icaro al vento Fuliggine e olio Crocifissione Icaro profilo
Diario fuliggine 1 Diario fuliggine 2 Diario fuliggine 3 Diario fuliggine 6

    Il primo gesto, nell’arte, è quello decisivo. Nel primo istante tutta la libertà è messa in gioco. Il compimento, la prosecuzione del gesto, è un atto di fede, è abbandono.
     Perciò accostarsi all’opera di Andrea Chidichimo, alle sue Fuliggini, richiede all’osservatore la medesima fiducia, il medesimo dono di sé che ne ha caratterizzato il sorgere iniziale. Sotto la trama della materia, oltre lo sguardo stesso dell’artefice, prende forma, nell’inatteso convergere di sguardo oggetto luce, l’accadere delle cose, la realtà nel suo farsi, nell’istante dell’essere fatta, l’istante per istante della sua creazione. Luce che si frappone tra sguardo e oggetto per disvelare il nascosto.
     Qui ogni gesto pittorico, anche il più violento, è un atto d’amore. Anzitutto perché è attenzione a sé. E in questa attenzione a sé vi è un’attenzione all’altro. In secondo luogo poiché chiede all’osservatore, al singolo, la medesima attenzione: all’opera e, ancora, al sé dell’osservatore. È il ricomporsi del rapporto con l’artista: se egli gelosamente cela il processo alchemico alto, generosamente svela un inconosciuto altro. O candidamente ribadisce quanto già si offre allo sguardo. Il sublime atto creativo, al limite tra controllo e totale dono di sé, si impone come riflessione di una luce dall’alto su ciò che è già dato, su ciò che è dato ma negato per cecità.
     Sotto l’astratta parvenza curvilinea, netta o sfuggente, emerge la natura figurativa. Ma è l’apparire di un figurativo a un grado eminente, se ribalta i suoi lineamenti su un piano, più che emotivo, profondo. L’apparire del sopra-naturale, “naturale a un grado eminente”, appunto. La volatilità della materia più caotica e inafferrabile si riappropria così del proprio significato.
     Nell’esito di tale processo ci è dato di cogliere, nell’estrema lievità della sostanza pittorica - la fuliggine - la greve carnalità corporea; e ancora, con nuovo scatto, una rinnovata fuga aerea, in assenza di peso, l’attrazione di un nuovo, quanto mai reale, centro di gravità. Esterno ed estremo, assente, oltre i limiti della cornice, reale soggetto, raffigurato e raffigurante, ultima autentica presenza.
     L’opera è chiave di volta di una lunga catena di rapporto, tutta ricomposta nella sua ultima unità.

di Christophe Romeo Berthomme Kerleau

L’impatto della realtà con la nostra psiche, così per come è in formazione, può generare intuizioni molto sottili. Nascono così le fuliggini. Nascono come una riflessione profonda della coscienza di sé nel caos della processualità, o nell’ordine dell’eterna trasformazione. Se pensiamo al brulicare continuo di questa eterna trasformazione che tocca continuamente le nostre vite, i nostri pensieri, la natura e il cosmo intero, osserviamo anche come tra vita e morte non vi sia in realtà alcuna linea di demarcazione, e che, sia la vita che la morte altro non sono che illusioni.
     L’oggetto della ricerca in immagine delle fuliggini non è la vita e non è la morte, bensì l’esistenza.
Ora per andare oltre l’aspetto squisitamente concettuale si è dimostrata necessaria l’esperienza, la sperimentazione, la ricerca. Il lavoro che ora verrà esposto è un lavoro frutto di una ricerca di almeno sei anni e che, per fortuna, non si è conclusa. Lo strumento che ho scelto per esplorare le brevi intuizioni riportate di sopra è stata la pittura. Pittura limitata alle sue radici dei suoi strumenti abituali come pennelli, colori, olio, diluenti… e arricchita da nuovi strumenti, meno utilizzati, come lamelle di ferro, fuoco, sospensioni di materia nel gas. In questo modo una linea sul supporto non è determinata dalla mano che impugna il pennello e ne traccia la curva, bensì dalla inclinazione del supporto, dalla densità della materia sospesa nell’aria, e dal movimento caotico dell’aria stessa. Occorre una coscienza della volontà perché avvenga che dal caos nasca l’ordine diretto verso uno scopo.

di Andrea Chidichimo